BITONCI E I SUOI ASSESSORI

Con la cacciata della ‘pia’ assessore Brunetti, si conclude la stagione della rappresentanza politica e dell’investitura da parte dei cittadini in Consiglio comunale e in Giunta.
Il sindaco Bitonci, consapevole che la sua forza sta in uno stile di governo senza contraddittorio alcuno e nel rapporto senza mediazioni fra lui e la città, ha oggi licenziato l’ultimo modesto interprete di un legame con la Curia.
È un messaggio rivolto a tutte le categorie e, in particolare, a quanti nel mondo cattolico immaginavano di avere un proprio rappresentante e conseguentemente una propria capacità di influenza.
Per chi avesse male interpretato il messaggio di apertura, proferito dal sindaco sul sagrato del Duomo: “venite, le nostre porte sono aperte”, rimane la consapevolezza che si è in presenza di una figura che nelle sedi pubbliche e dai pulpiti (Santo o Duomo, è indifferente), indossa l’abito dell’agnello per dismetterlo durante il resto del tempo!
Luigi Tarzia
Direttivo Padova Civica

LA VERSIONE DI SCUP: PENSIONI PUBBLICHE E SOLIDARIETA’

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La sentenza della Corte Costituzionale, in materia di Pensioni, ripropone con forza il problema della previdenza pubblica e la difficile tutela dei meno abbienti.

La prima questione da affrontare è la seguente: la previdenza pubblica deve seguire le stesse regole delle assicurazioni private?

Se rispondiamo SI, abbiamo un sistema pensionistico assolutamente in equilibrio. Hai pagato 100, e 100 riceverai (con le necessarie rivalutazioni) nel periodo di quiescenza.

Se rispondiamo NO, implicitamente conveniamo che il sistema debba e voglia tener conto della solidarietà. Ma la solidarietà, come ha spiegato puntualmente la Corte di Giustizia europea (casomai ce ne fosse bisogno) in una sentenza del 1995, deve togliere ai ricchi per dare ai poveri. Deve redistribuire le risorse dalle categorie più abbienti (forti) a quelle meno abbienti (deboli).

Invece da noi in Italia cosa è successo? È successo che le formule “retributive” premiavano oltre ogni ragionevolezza le categorie “forti”: dipendenti pubblici (ad esempio le baby pensioni) ma anche dipendenti privati (pensioni d’anzianità a 50 anni, con 35 di servizio), per non parlare di coloro che si sono ritirati dal lavoro con pensioni calcolate sull’ultimo, favorevolissimo stipendio.

Come rimediare quindi ai due principali problemi posti dal nostro sistema pensionistico, e cioè l’inadeguatezza delle pensioni minime unita all’irragionevolezza delle pensioni più ricche?

Guardate questa tabella:

 

Classe di importo Numero % su trattamenti Importo totale % su spesa
Fino a 500 7.868.357 33,7 30.185 mln 11,1
Da 500 a 1000 7.546.573 32,4 61.977 mln 22,7
Da 1000 a 1500 3.190.229 13,7 47.220 mln 17,3
Da 1500 a 2000 2.264.614 9,7 46.391 mln 17,0
Da 2000 a 3000 1.762.941 7,6 50.438 mln 18,5
Da 3000 a 5000 515.339 2,2 22.683 mln 8,3
Da 5000 a 10000 165.689 0,7 12.521 mln 4,6
Oltre 10000 8.536 1.331 mln 0,5
Totale 23.322.278 100 272.746 mln 100

Pensioni italiane. Ripartizione per classi di importo e totale della spesa

Dalla tabella che vi propongo si vede chiaramente che:

un terzo dei pensionati, cioè 8 milioni di soggetti, prende al massimo 500 euro,

un altro terzo, cioè quasi altri 8 milioni di pensionati, prende fino a 1000 euro al mese,

l’ultimo terzo, infine, comincia a prendere pensioni dignitose, fino ad una platea di fortunatissimi (8.536 soggetti) che prende più di 10.000 euro al mese.

Ora, se vogliamo che il sistema diventi solidale, e restituisca ai poveri quello che per anni ha loro sottratto, privilegiando i ricchi, occorre agire con efficacia sul meccanismo della rivalutazione.

Intanto: cos’è la rivalutazione? È l’adeguamento dell’assegno pensionistico al costo della vita. Siccome pensiamo che un ‘inflazione “virtuosa” sia quella pari al 2% (che è poi l’obbiettivo del quantitative easing), adeguare del 2% ogni anno la spesa pensionistica, non costa nulla al sistema paese, visto che la moneta si è svalutata di quella percentuale.

Bloccare la rivalutazione viceversa è un considerevole aiuto alle casse dello stato, ma alla lunga causa un generale impoverimento delle rendite, la contrazione dei consumi, la stagnazione dell’economia. Stiamo parlando, in termini assoluti, di 5,5 miliardi di euro l’anno.

 

La mia proposta quindi è la seguente:

rimodulare le rivalutazioni, dando di più ai poveri, e di meno (fino a zero per i molto ricchi) ai più fortunati. Se ad esempio rivalutassimo del 4% annuo le prime due classi di pensioni (quelle fino a 1000 euro al mese) e del 3% annuo la terza classe (fino a 1500 al mese), e poi dell’1% la quarta classe e dello 0,5% la quinta, senza alcuna rivalutazione da 3000 euro in su, la spesa annua sarebbe pari al costo totale della rivalutazione completa, cioè circa 5,5 miliardi l’anno.

Ricordo a tutti che i felici possessori di pensioni superiori a 3.000 euro al mese, che sono andati in pensione con il regime “retributivo”, hanno goduto di un importo mediamente più alto del 30% rispetto al calcolo “contributivo”. Si può dire che loro l’aumento l’hanno avuto tutto e subito. Se questa mia proposta fosse applicata per 10 anni, le pensioni elevate non perderebbero il loro vantaggio iniziale, viceversa l’importo della pensione minima passerebbe da 500 a quasi 750 euro al mese (è ancora una pensione povera, ma insomma non è un insulto, come quella attuale).

Questa secondo me è la strada da seguire per riportare il sistema pensionistico pubblico nell’alveo progettuale solidaristico per cui è nato. La doppia azione della rivalutazione selettiva e degli sgravi fiscali contribuirà significativamente all’equilibrio finanziario a favore delle classi meno abbienti.

Francesco Scopelliti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MISTIFICAZIONI E BUGIE SUI FONDI LEHMAN BROTHERS

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Nel 2008 alla guida del Comune di Padova c’erano ZANONATO  e ROSSI. La Finanziaria APS, controllata dal comune, aveva a disposizione un piccolo tesoretto di circa 6 milioni di euro in procinto di essere investiti in opere pubbliche. I nostri amministratori, alle prese con i vincoli di finanza pubblica, comportandosi come dovrebbe fare ogni buon padre di famiglia, decisero di investire quei soldi, anziché metterli sotto il materasso, finché non avessero ottenuto il via libera per un investimento importante quale ad esempio la seconda linea del tram e l’auditorium.

Affidarono ad un Istituto bancario di fiducia l’investimento, rassicurati dallo stesso e dal consorzio Patti Chiari che certificava la bontà dei titoli  considerati a basso rischio e a basso rendimento.

Risulta Evidente da questa scelta l’intenzione di preservare per il futuro un fondo consistente, senza correre alcun pericolo, confidando inoltre sull’affidabilità degli interlocutori finanziari.

Senonché succede l’inconcepibile, e i titoli evaporano, in conseguenza del crac della finanza mondiale.

Di chi è la colpa di quanto successo? Degli amministratori incauti, o delle comunicazioni non veritiere delle banche?

Il tribunale ha deciso che il comportamento di ZANONATO e ROSSI, fu ineccepibile, che la loro intenzione era quella di sottoscrivere un investimento “a basso rendimento e a basso rischio”, e che le banche avevano omesso di informare gli investitori del rischio specifico legato alle obbligazioni vendute al Comune (le banche sapevano già, ovviamente, che quei titoli erano in sofferenza, e non rispettavano gli standard, di basso rendimento e basso rischio, richiesti dal comune di Padova).

Quello stesso tribunale oggi restituisce al Comune di Padova ben 4 milioni e 200 mila euro (gli altri 1,8 milioni sono già rientrati nelle casse comunali, negli ultimi sei anni).

Che dire?

Il comune non ha perso un centesimo, fiumi di inchiostro e di veleno hanno invaso le colonne di giornali gettando fango sui nostri amministratori, ed oggi si scopre che non si è perso nulla, che l’investimento era del tutto legittimo, che i detrattori (di destra e sinistra) si sono sgolati senza motivo.

Spiace solo che il tesoretto sia oggi nella disponibilità di amministratori assolutamente mendaci quanto inadeguati, e che presto evaporerà, senza lasciare nulla di costruttivo per la nostra amata città.

 Direttivo PADOVA CIVICA

 

RINNOVO DEL CONSIGLIO DIRETTIVO

Ieri sera l’Associazione cittadina PADOVA CIVICA ha rinnovato, in un clima conviviale, il Consiglio Direttivo e le cariche sociali per il 2015. IVO ROSSI è stato riconfermato PRESIDENTE, all’unanimità, dalla folta schiera di soci intervenuti alla serata, presso il Circolo Canottieri Padova. L’assemblea dei soci ha inoltre votato per il rinnovo del consiglio direttivo: quattro donne e quattro uomini sono risultati eletti: MARTA DALLA VECCHIA, LUISA BUSON, SILVIA ROMANO E NELLY ROSSI  per le donne, GIULIO DE AGOSTINI, FRANCESCO SCOPELLITI, GIGI TARZIA E ALBERTO VITALE per gli uomini.

MARTA DALLA VECCHIA è stata riconfermata VICEPRESIDENTE E PORTAVOCE, SERGIO MELAI TESORIERE, LUISA BUSON SEGRETARIA, su proposta del Presidente IVO ROSSI.

A tutti l’augurio di un buon lavoro, a cominciare dall’organizzazione della scuola politica con i primi quattro appuntamenti  in calendario prima di maggio 2015. Sono in preparazione inoltre due convegni molto attesi, sul terzo settore e sulla sicurezza, di cui vi daremo il calendario quanto prima.

IL NUOVO DIRETTIVO

 

UNA NUOVA FINANZA PER L’EUROPA

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di Francesco Scopelliti – Direttivo Padova Civica

 

Intervengo di nuovo sulle questioni già affrontate prima della vittoria di Tsipras nelle elezioni greche. Nel mio precedente intervento, confutavo le tesi conservative di Bini Smaghi e guardavo con interesse alla possibile vittoria di Syriza in Grecia.

Premetto che il mio interesse non è “politico”. Le mie posizioni politiche sono molto moderate, seppur all’interno del Partito Democratico: io sono convintamente Renziano, dico questo per spiegare che sono abbastanza distante dalle posizioni che la Lista Tsipras ha sostenuto, in Grecia, e in Italia, alle elezioni europee.

Ma agli osservatori politici attenti non sarà sfuggito che Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, lo stesso Renzi in Italia (con accenti e sfumature diverse) hanno di fatto dichiarato la loro contrarietà alle politiche del rigore, tanto care alla Germania e, generalmente, a coloro i quali con la crisi ci hanno guadagnato (che ci sono, eccome se ci sono: intermediari finanziari, grandi capitalisti, speculatori sui debiti sovrani…).

La situazione della finanza in Europa, prima delle elezioni greche era la seguente: la prevalenza del punto di vista conservatore aveva imposto, ai paesi in sofferenza con il debito, una politica di lacrime e sangue (chiamiamo i fatti con il loro nome!). Il governo Monti cosa ha fatto? Ha applicato al nostro paese la cura studiata a Bruxelles: stipendi fermi da 6 anni, riforma Fornero delle pensioni, blocco della spesa pubblica, blocco degli investimenti, PIL in calo, stagnazione, deflazione. E quindi aumento del debito in proporzione al PIL. In Grecia, paese ben più povero del nostro, la stessa ricetta applicata in Italia è stata ben più devastante: licenziamenti, tagli delle pensioni, eliminazione delle tredicesime, un generale impoverimento che ha colpito quasi un quarto della popolazione, con punte drammatiche ad Atene, dove si concentra quasi la metà della popolazione greca.

Il voto “estremo”, in Grecia è la conseguenza della situazione insostenibile nella quale il paese è stato spinto. È vero: i greci vivevano al di sopra delle loro possibilità, ma è anche vero che i primi a beneficiare delle loro spese pazze erano i grandi paesi esportatori, in primis la Germania.

Ma quali sono allora le cifre in ballo? Quanti soldi servono per salvare la Grecia (e in genere tutti i paesi in sofferenza, tra i quali metto anche Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, forse anche la Francia)?

Partiamo dalla Grecia: Syriza ha stimato che con 12 miliardi di euro il paese riparte, indicando pure come intende procurarsi i soldi. Lotta agli sprechi, riduzione dell’evasione fiscale, tasse sui grandi patrimoni, ripartenza dell’economia con grandi interventi pubblici, soprattutto sul fronte dell’occupazione.

Ma supponiamo che la Grecia non trovi i soldi: allora il costo complessivo per farla ripartire sarebbe appunto 12 miliardi. Bene, la BCE sta mettendo in campo risorse pari a 60 miliardi al mese in Quantitative Easing, fino a luglio 2016. La BCE prevede di stampare moneta per 1.140 miliardi di euro! Cento volte quello che serve a salvare la Grecia. Fra parentesi, gli USA in 5 anni hanno messo in campo un intervento quasi 4 volte più grande: la Federal Reserve ha movimentato più di 4.500 miliardi di dollari (al cambio attuale circa 4.000 miliardi di euro), sebbene il PIL americano sia INFERIORE a quello dell’Europa dell’Euro. Il PIL dell’Unione Europea è circa 17.000 mld di dollari, il PIL USA è 16.000 miliardi di dollari l’anno.

Insomma qualcuno a Francoforte deve dire: cosa facciamo questo mese con i 60 miliardi che abbiamo da spendere? E la risposta potrebbe essere: con un quinto dei fondi di QUESTO MESE salviamo la Grecia, facciamola ripartire, così riprende a comprare le nostre Mercedes…

Mi rendo conto che sto semplificando la questione. Ovviamente non dobbiamo regalare niente alla cicala greca, questo provvedimento va inquadrato nel progetto più ampio che di seguito illustro.

Il vero, unico problema che l’Europa deve affrontare, è l’esistenza di un organismo sovranazionale, la BCE, finalmente dotata di poteri pari a quelli delle banche centrali americana o giapponese.

Se l’intero debito pubblico di ogni paese aderente all’Euro fosse nominalmente gestito dalla banca centrale (lasciando ai singoli paesi afferenti l’onere di ripagarlo) succederebbe che i titoli, alla scadenza, sarebbero ricollocati sul mercato, NON come titoli del debito greco, o italiano, o francese, ma come titoli del debito europeo. La BCE ne distribuirebbe, pro rata, l’onere ai vari paesi proprietari. Il primo grande risultato sarebbe che gli interessi sul debito sarebbero tra lo 0,5% e l’1,5%, a seconda della durata.

Per darvi un margine di paragone, nel 2012 l’Italia ha pagato in interessi mediamente il 4,37%, spendendo in un anno 85 miliardi di euro! Noi abbiamo un avanzo della bilancia dei pagamenti, nello stesso anno di circa 100 miliardi, e quindi il nostro debito è perfettamente sostenibile.

Ma pensate per un attimo se il debito ci costasse 30 miliardi l’anno anziché 85! Si potrebbe ridurre il carico fiscale generale, alleviare la Fornero, aumentare i sussidi di disoccupazione, tagliare il costo del lavoro, eliminare l’odiata tassa sulla prima casa: insomma ridiventeremmo un paese normale, solidale, felice!

Voglio dire che non ci sono provvedimenti da mettere in campo, buoni solo per la Grecia. I provvedimenti devono valere per tutti, in Europa, in modo che le formidabili cifre disponibili con le operazioni di QE diventino un volano per l’economia più grande del mondo, qual è la nostra.

Se l’operazione funziona come ha funzionato in America, immaginate come potrebbe essere la nostra vita, con il 5% di aumento annuo del PIL e i disoccupati al 3%?

E, al solito, i principali beneficiari, chi sarebbero? Ovvio: i grandi paesi esportatori, capeggiati dalla Germania.

Insomma: chi vince e chi perde in questo cambio di paradigma finanziario? A perdere saranno i grossi speculatori finanziari, gli Hedge fund, quelli che oggi lucrano il 5% di interesse sui titoli di stato italiani, e il 14% sui titoli di stato ellenici, perché è così che funziona il sistema finanziario: sei ricco (tedesco)? Ti presto i soldi all’1% di interesse. Sei povero (greco)? Ti presto i soldi a strozzo: 14%.

Chi vince, in questa partita? Vincono i pensionati greci, i disoccupati, i precari che vedono aumentati i loro diritti, la classe media che risparmia IMU, ticket, TARI, uno o due punti di tassazione. Vince anche quella finanza etica che investe sul lavoro, e magari si accontenta di un 6% industriale di remunerazione del capitale, anziché il 30 % drogato della finanza creativo-speculativa.

Ecco perché occorre ascoltare con attenzione il grido di dolore che proviene dalla Grecia. Non serve a nulla cancellare il debito greco, bisogna cambiare le regole del gioco, e lasciare che Draghi giochi per tutti al tavolo della finanza mondiale. Il debito greco è una goccia nel mare: si può diluire, in 50 anni, e restituire senza interessi, o a tassi dello 0,5%, come detto sopra, con la garanzia della BCE. E se riparte la Grecia, riparte l’Europa. Un’Europa più giusta, più solidale, più coesa. Quasi una sola Nazione…